- Data di pubblicazione
- 14/04/2026
- Ultima modifica
- 14/04/2026
Frammenti di coscienza. Squizzato porta in scena “Defrag” di Trevisan
Il titolo, Defrag, si riferisce all’universo dell’informatica, alla cosiddetta “deframmentazione” del disco. Ma in scena ci sono persone vive e storie tutte umane: una madre e le due figlie che evocano gelosie, rancori, invidie e desideri di possesso. Nella sua trilogia della memoria, Wordstar(s), Vitaliano Trevisan si misurava infatti con il tema della memoria individuale trattandola come se fosse una materia informatica da organizzare. Dopo aver portato in scena Scandisk, in cui gli operai di un magazzino di cuscinetti a sfera, riordinando le pile di bancali, progettavano un colpo per cambiare radicalmente le loro vite, il regista e attore Jacopo Squizzato continua il suo lavoro sul grande scrittore vicentino morto nel 2022 con Defrag, dove il campo di battaglia diventa il rapporto con l’altro. Prodotto da ERT / Teatro Nazionale, lo spettacolo sarà in scena dal 14 al 26 aprile al Teatro delle Moline.
Confessioni spezzate e silenzi carichi di memoria mettono a nudo le crepe di un legame familiare segnato da conti e affari, e il sogno irraggiungibile di una vita regolare fatta di casa perfetta, lavoro di successo, marito ideale. Squizzato accentua la precisione ritmica e la tensione emotiva di Trevisan, conferendo alla vicenda una tragicomica instabilità. Defrag “non propone catarsi né riconciliazioni finali – scrive il regista – ma ci conduce in un’indagine sulla nostra natura frammentata, ricordandoci che la verità non risiede in un disco rigido ripulito, bensì nei margini irregolari di quei conflitti che chiamiamo amore, proprietà, lavoro e famiglia”.
Il cuore del lavoro risiede nel rapporto quasi ossessivo con la lingua di Trevisan, scrittore, attore e regista teatrale tra i più significativi del panorama letterario degli ultimi venti anni, con la sua “scrittura-bisturi” che ha fatto emergere il lato più scuro dell’immaginario della sua terra d’origine, il Nordest “operoso”. Una lingua che il regista utilizza come un dispositivo per esplorare la frammentazione della coscienza contemporanea. Come spiega lo stesso Squizzato, l’obiettivo è “trasformare ogni singola frase in un motore di visione e pensiero”, lavorando su quel confine sottile e rischioso che separa la lettura dalla messa in scena. La drammaturgia, infatti, non si limita a raccontare una storia, ma procede per “flussi di coscienza e ritratti in versi”, cercando di isolare e ricomporre i frammenti di un’identità scissa. È una cifra stilistica che Jacopo Squizzato ha affinato negli anni lavorando su flussi di coscienza e ritratti in versi, come già avvenuto nella sua ricerca sull’inventore Nikola Tesla.
In scena, il cast composto da Beatrice Schiros, Alice Torriani e Roberta Lanave dà corpo a una partitura fisica e verbale che scava nel testo e nel suo rigore, col contributo di Michela Lucenti per lo sguardo sul movimento e delle musiche originali e del sound design di Andrea Gianessi. Le scene sono invece di Alberto Favretto, le luci di Tiziano Ruggia e i costumi dello stesso Squizzato.