Woyzeck Solo”: il dramma di Büchner nell’interpretazione di Pietro Babina

10 aprile 2026

Scritto nel 1836 da un Georg Büchner appena ventitreenne ed esule, “Woyzeck” è un’opera fondamentale della letteratura teatrale moderna, ed è considerato un prototipo del Novecento che ha anticipato di circa settant’anni le forme e le inquietudini del secolo breve. Il dramma racconta la storia di Franz Woyzeck, un soldato semplice travolto da forze sociali, scientifiche e morali più grandi di lui. La storia di un uomo ai margini che scivola progressivamente in una solitudine radicale e nella follia. In Woyzeck Solo (una produzione ERT/Teatro Nazionale) in scena dal 10 al 12 aprile all’Arena del Sole di Bologna Pietro Babina, attore e regista pluripremiato, già fondatore di una realtà storica come Teatrino Clandestino, torna a indagare l’affascinante enigma di un testo che a quasi duecento anni dalla sua nascita continua a interrogarci. 

“Il linguaggio del Woyzeck – spiega Babina – mette l’interprete teatrale nella condizione di un funambolo bendato che non ha altra possibilità che seguire la linea del cavo teso della figura di Franz. Restituendone in solo le diverse voci dei personaggi, l’insieme risulta più onirico e folle di quanto già non sia. Woyzeck sente voci che affiorano dai muri, dalla campagna, dalla terra, dalle acque e a questo resto aggrappato, come se tutto non fosse altro che l’eco folle della sua mente, non fosse altro che il suo blaterare nella solitudine forse di un ospedale psichiatrico, forse di una palude. Questa intuizione mi permette di evocare nel pubblico un racconto teatrale che dalla sua informità trae la sua significanza.

Il dramma, definito dal sottotitolo un “dramma per voce sola”, vede Babina nel duplice ruolo di regista e interprete, impegnato a dare corpo e voce all’opera nella traduzione di Alba Bürger Cori. Con una scenografia e un sound design curati dallo stesso regista e l’ausilio delle immagini di Claudia Marini, la ballata originale si trasforma in un attraversamento solitario dalla potenza visionaria. In questa rilettura, la voce dell’attore diventa il fulcro di un universo frantumato: Babina incarna non solo il soldato Franz, ma anche Marie, il Capitano e il Dottore, trasformando i comprimari in proiezioni di un unico incubo lucido. Il racconto procede per frammenti, restituendo la solitudine radicale di un protagonista che sente voci affiorare dai muri e dalla terra. 

 Forse le voci sentite dal protagonista – continua Babina – provenivano dal futuro, quel futuro che avrebbe fatto della distruzione e dello sterminio una pratica fondante. C’è inoltre una magica e perfetta sovrapposizione tra il personaggio di Franz e il testo che lo racconta; entrambi sono due anormali, due diversi, il Woyzeck testo è nella sua forma simmetrico al Woyzeck personaggio ed è forse proprio questa corrispondenza a conferire a quest’opera quel carisma ineludibile che ci affascina ancora oggi a distanza di quasi duecento anni dalla sua venuta su questa terra”.