- Data di pubblicazione
- 28/09/2026
- Ultima modifica
- 28/09/2026
Ma l’amor mio non muore!: Lyda Borelli tra cinema muto e Belcanto, con una nuova partitura
Nel 1913 Lyda Borelli è già una diva, ma non ancora una diva del cinema. La sua fama viene dal teatro, dalla recitazione dannunziana, da una presenza scenica che ha già imposto gesti, pose, abiti e acconciature come altrettanti segni riconoscibili. Ma l’amor mio non muore! di Mario Caserini segna il suo ingresso sullo schermo e contribuisce insieme a trasformarla in qualcosa di più di un’attrice celebre: un modello, tanto pervasivo da generare perfino un termine, “borellismo”. A più di un secolo di distanza il film torna a incontrare la musica dal vivo. Mercoledì 30 settembre, alla Sala Truffaut di Modena, il Modena Belcanto Festival presenta la copia restaurata dalla Fondazione Cineteca di Bologna con una nuova partitura per mezzosoprano ed ensemble composta da Daniele Furlati ed eseguita dal vivo. La voce è quella di Anna Trotta, affiancata dall’Ensemble della Filarmonica del Teatro Comunale di Modena, diretto dallo stesso Furlati.
È il terzo capitolo di un progetto che dal 2024 mette in relazione cinema muto e belcanto attraverso nuove commissioni musicali. Dopo My Cousin e Il bacillo dell’amore, Ma l’amor mio non muore! chiude quella che Furlati definisce una “trilogia del belcanto”: tre film di provenienza americana, austriaca e italiana nei quali il canto e la tradizione operistica non costituiscono un semplice accompagnamento esterno, ma sono già implicati nella vicenda, nella storia dell’opera o nella sua stessa origine. In questo caso il legame con il melodramma è dichiarato fin dal titolo, suggerito agli sceneggiatori dall’ultimo verso pronunciato da Manon nella Manon Lescaut di Giacomo Puccini. Furlati recupera proprio quel frammento nella nuova partitura, facendone una delle rare citazioni musicali esplicite dell’intero lavoro.
La scelta del film, proposta da Gian Luca Farinelli, direttore della Fondazione Cineteca di Bologna, riporta a una stagione decisiva del primo cinema italiano, quando Caserini affida a Borelli il personaggio di Elsa Holbein, accanto a Mario Bonnard, dentro una vicenda che procede secondo una grammatica pienamente melodrammatica, fatta di amore, tradimento, separazione e morte. Il successo fu enorme e contribuì all’affermazione del cosiddetto diva-film, che per alcuni anni avrebbe portato le grandi attrici italiane sugli schermi di tutta Europa. Borelli ne divenne uno dei modelli più riconoscibili. Nella sua figura confluivano il gusto liberty, il teatro dannunziano, suggestioni decadenti e riferimenti figurativi vicini alla cultura preraffaellita. Il cinema amplificò così una celebrità costruita sul palcoscenico e Ma l’amor mio non muore!, scritto appositamente per lei, ne divenne il primo clamoroso episodio cinematografico.
Furlati conosceva già la pellicola prima della commissione modenese e l’aveva accompagnata più volte improvvisando al pianoforte. Per la nuova composizione ha lavorato sulla copia restaurata nel 2013 da Mariann Lewinsky, in occasione del centenario del film. Quell’edizione aveva a sua volta una propria struttura musicale: per la versione in DVD Lewinsky aveva selezionato una successione di brani del repertorio lirico e sinfonico da sincronizzare alle immagini. Il primo progetto di Furlati era conservarne la sequenza e riorchestrare quelle musiche per l’ottetto già impiegato nei due precedenti appuntamenti del Festival. Le prove lo hanno però portato in un’altra direzione. Il rapporto tra quei brani e le immagini gli appariva ormai troppo definito perché una nuova orchestrazione potesse davvero affrancarsene. La composizione è nata allora tornando a una pratica più elementare e insieme più vicina alla storia del cinema muto. Furlati si è seduto al pianoforte e ha ricominciato a improvvisare sulle immagini, assumendo quella posizione che lui stesso definisce dello “spettatore suonante”. Da queste improvvisazioni sono emersi progressivamente nuclei e idee musicali, poi fissati e trasformati nei temi conduttori della nuova partitura.
C’era poi un’altra questione, meno scontata. Elsa Holbein è una cantante. Far coincidere la voce del mezzosoprano con le sole sequenze in cui Borelli canta sullo schermo sarebbe stata la soluzione più immediata. Furlati sceglie invece di spezzare questa corrispondenza: la voce compare anche altrove e smette così di funzionare come semplice duplicazione sonora del personaggio. Da questa scelta discende anche la ricerca dei testi messi in musica, selezionati per evocare liberamente il clima letterario e musicale dei primi anni del Novecento. Fra i materiali compaiono infatti alcuni versi del Cantico dei Cantici in una traduzione francese d’inizio secolo e le rime della Rondinella pellegrina di Tommaso Grossi, smontate e ricomposte secondo un ordine diverso dall’originale. Il film insomma resta intatto, ma la musica non si limita a seguirne le immagini né tenta di ricostruire un ipotetico suono originario. Entra piuttosto in relazione con ciò che Ma l’amor mio non muore! porta già dentro di sé: il teatro, il melodramma, il canto.