Alzira, ai margini del canone verdiano. Al via il Festival Verdi

01 Ottobre 2026

Per decenni Alzira è rimasta ai margini del repertorio verdiano, accompagnata da una cattiva fama che lo stesso compositore avrebbe contribuito ad alimentare. Ma persino il giudizio più severo che la tradizione gli attribuisce poggia su una testimonianza indiretta e molto tarda. Ed è anche da questo margine che riparte la ventiseiesima edizione del Festival Verdi, scegliendo proprio una delle opere meno frequentate del compositore per inaugurare il programma 2026.

Alzira torna al Teatro Regio di Parma il 1° ottobre (repliche l’8 e il 17), dove mancava dal Festival dal 2002, in un nuovo allestimento diretto da James Conlon (sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani) e firmato per la regia da Manuel Renga. Le scene e i costumi sono di Aurelio Colombo, le luci di Emanuele Agliati, le coreografie di Paola Lattanzi. Sul palco Marta Torbidoni nel ruolo del titolo, Antonio Poli come Zamoro e Daniel Luis de Vicente come Gusmano, tutti al debutto nei rispettivi ruoli. Completano il cast Alessio Cacciamani, Erica Cortese, Agostino Subacchi, Long Ning e Federico Bonghi. L’opera sarà eseguita nell’edizione critica curata da Stefano Castelvecchi e Jonathan Cheskin.

Ottava opera di Verdi, Alzira nasce nel 1845 su libretto di Salvadore Cammarano, tratto dalla tragedia Alzire, ou les Américains di Voltaire, ed entra pienamente in quelli che sarebbero passati alla storia come gli “anni di galera”. Debutta al San Carlo di Napoli il 12 agosto dello stesso anno e porta l’azione nel Perù del Cinquecento, durante la conquista spagnola: è, fra le opere di Verdi, quella ambientata più lontano dall’Europa. Al centro della vicenda c’è Alzira, figlia del cacicco Ataliba e innamorata del guerriero inca Zamoro, creduto morto. Il matrimonio imposto con il governatore spagnolo Gusmano, il ritorno dell’amato e il sacrificio della protagonista mettono in moto un intreccio nel quale conflitto politico e melodramma sentimentale restano continuamente sovrapposti.

È proprio la posizione laterale occupata dall’opera nella fortuna verdiana a interessare James Conlon, che con Alzira arriva alla sua diciottesima opera del compositore. “Non avevo mai pensato di dirigerla – ha spiegato il direttore – anch’io ero fra quelli che avevano accolto l’opinione secondo cui non valesse il tempo e lo sforzo necessari ad affrontarla. Questa occasione di dirigerla al Festival Verdi rappresenta per me una gradita opportunità per mettere in discussione quel mio preconcetto, e spero che possa esserlo anche per altri. Ciò che non viene eseguito è destinato a essere sconosciuto, ciò che è sconosciuto non può essere amato, e ciò che non è amato languisce ai margini dell’esistenza, invece di vivere. I suoi punti di forza risiedono in quell’ispirazione melodica tipica del primo periodo verdiano, nell’energia giovanile e nella forza dell’impeto drammatico, soprattutto nella scrittura per soprano e baritono: preparano il terreno al decennio successivo, Luisa Miller, Leonora, Violetta, Amelia ed Hélène”. “Il Nuovo Mondo in Alzira – dice invece il regista Manuel Renga, – va pensato non solo come luogo geografico, uno spazio sconosciuto da ‘scoprire’, ma come metafora carica di valori etici e morali, su tutti il rapporto con il diverso, l’altro, l’alterità dei mondi, dei popoli, dei generi. L’opposizione tra il barbaro e il cristiano si rovescia, e i veri barbari sembrano essere gli europei. Alzira è una donna sola in un mondo oppresso e gestito da uomini: merce di scambio, oggetto pacificatore, sacrificio per l’ultimo barlume d’amore, per la speranza della sua terra, per sé stessa”. Il titolo inaugura un Festival che ha scelto come tema Mondi lontani, e proprio la collocazione americana dell’opera permette al nuovo allestimento di interrogare la distanza non solo geografica fra Europa e Nuovo Mondo. 

È una prospettiva che trova già materia nella struttura stessa dell’opera. Il conflitto fra conquistatori e popolazioni indigene procede infatti insieme alla contesa sul corpo e sulla volontà della protagonista: Alzira viene promessa a Gusmano in nome della pace e accetta infine di sposarlo soltanto per salvare Zamoro, fino al rovesciamento conclusivo, quando è il governatore morente a perdonare il rivale e a benedire i due amanti. La nuova produzione apre così il Festival Verdi mettendo al centro un titolo che la storia esecutiva ha lasciato relativamente in ombra e che proprio per questo può essere riascoltato senza il peso della consuetudine. Per verificare sulla scena quanto, dentro un’opera composta nel pieno della giovinezza verdiana, sia già possibile riconoscere di quella forza melodica e drammatica che pochi anni più tardi avrebbe preso forme ben più familiari.