- Data di pubblicazione
- 25/02/2026
- Ultima modifica
- 25/02/2026
L'Amleto "a pranzo e a cena" di De Summa torna a teatro per festeggiare i 100 anni dell'Herberia
C’è qualcosa di felicemente ostinato nel continuare a interrogare Amleto, come se ogni epoca avesse bisogno di tornare a quella materia incandescente per misurare la propria temperatura morale. È dentro questa linea di necessità che si colloca il ritorno, a distanza di tredici anni, di Amleto a pranzo e a cena, spettacolo cult di Oscar De Summa riallestito in occasione del centenario del Teatro Herberia di Rubiera, dove lo vedremo il 27 febbraio alle 2o,30.
De Summa — che firma drammaturgia, regia e interpretazione — torna in scena affiancato da Alfonso Postiglione e Tommaso Rotella, mentre il ruolo del principe danese è affidato a Pietro Giannini, giovane attore vincitore del Premio Ubu 2025 under 35. Un passaggio di testimone che è anche una dichiarazione d’intenti perché Amleto non è un monumento, ma materia viva da attraversare, generazione dopo generazione.
Lo spettacolo evita tanto la reverenza museale quanto la provocazione fine a se stessa e riporta Shakespeare a una dimensione domestica, quasi feriale, dove il tragico convive con il quotidiano — “a pranzo e a cena”, appunto, dove il teatro si scopre specchio imperfetto ma in fondo veritiero delle nostre contraddizioni.
La cornice è metateatrale: una compagnia scalcinata prova a mettere in scena Amleto, e nel farlo lascia emergere rivalità, frustrazioni, fragilità. In questo dispositivo, che richiama da lontano le figure di Rosencrantz e Guildenstern, il confine tra personaggio e attore si incrina progressivamente. I nodi familiari, le tensioni irrisolte, le ambizioni frustrate non appartengono più soltanto alla tragedia shakespeariana, ma si depositano nei corpi e nelle relazioni di chi la mette in scena. Ne deriva un cortocircuito fertile: la vicenda del principe danese, pur mantenendo la propria ossatura, si rifrange in una pluralità di registri che oscillano tra ironia e disincanto. I dialoghi, serrati e ritmicamente calibrati, attingono alla tradizione comica italiana capace di alleggerire senza banalizzare, di scavare proprio mentre intrattiene.
È qui che il lavoro di De Summa trova la sua misura più convincente: nel sottrarre Amleto alla sua iconografia più consunta — il teschio, il monologo, la malinconia astratta — per restituirlo come esperienza concreta, quasi tattile. Non un testo da studiare, ma un dispositivo per leggere il presente. Del resto, il percorso dell’artista pugliese ha spesso incrociato Shakespeare in una chiave di riscrittura accessibile e insieme rigorosa, come racconta il progetto Contemporaneamente Shakespeare. Ma è nelle sue drammaturgie originali — basti pensare alla Trilogia della provincia e anche al più recente Rette Paralelle sono l’amore e la morte — che De Summa ha affinato quella capacità di tenere insieme tensione narrativa e osservazione sociale, qui pienamente riconoscibile.
In Amleto a pranzo e a cena, ciò che affiora con maggiore evidenza è forse proprio questa continuità: Shakespeare non come autore “altro”, ma come interlocutore costante, capace di nominare con precisione ciò che ancora ci attraversa. Il dubbio, il desiderio di azione, il rapporto con l’eredità — familiare e simbolica — restano invariati, anche quando cambiano le forme.
Così, mentre gli attori litigano, si consigliano, si espongono, lo spettatore assiste a qualcosa che eccede la semplice rappresentazione: una messa in crisi, discreta ma insistente, delle nostre abitudini percettive. E scopre, quasi senza accorgersene, che Amleto non è mai davvero finito — continua a insinuarsi nei gesti minimi, nelle parole dette a metà, nei pensieri che ci accompagnano, ostinatamente, ogni giorno. Anche fuori dal teatro. Anche, appunto, a pranzo e a cena.