- Data di pubblicazione
- 16/01/2026
- Ultima modifica
- 16/01/2026
Antigone: il conflitto delle ragioni da Anouilh a Roberto Latini
Una riscrittura moderna del mito, che non oppone il bene al male, ma mette in conflitto due ragioni entrambe legittime: quella della legge e quella della coscienza individuale. È questa l’Antigone di Jean Anouilh, un classico rielaborato da Anouilh nella Francia occupata dal nazismo, che restituisce sulla scena una figura archetipica che attraversa il tempo come simbolo di resistenza all’autorità. Un testo-mito riletto come spazio di domande sul potere, in cui la figura della ribellione si riflette nel suo contrario, trasformando Antigone e Creonte in due volti della stessa responsabilità. Questo capolavoro della drammaturgia novecentesca arriva ora al Teatro Fabbri di Vignola, domenica 18 gennaio alle ore 16, per la stagione di ERT / Teatro Nazionale, nell’allestimento diretto e interpretato da Roberto Latini.
Proseguendo una ricerca che interroga i classici come dispositivi vivi, capaci di parlare al presente senza attenuarne la complessità, Latini porta in scena l’Antigone di Anouilh (nella traduzione di Andrea Rodighiero) in un allestimento in cui l’eroina del titolo diventa metafora di una ribellione che non si esaurisce nel gesto eroico, ma si misura con le contraddizioni dell’essere umano. La regia costruisce infatti lo spettacolo come un racconto a più voci, una confessione intima che mette in dialogo ragione e giustizia, leggi umane e leggi morali. Accanto al regista, che interpreta Antigone, sono in scena Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann e Francesca Mazza, chiamate a incarnare un sistema di riflessi e contrappesi che amplifica la tensione drammaturgica del testo. La messinscena si fonda su un gioco di specchi tra Antigone e Creonte, figure che si fronteggiano come immagini speculari. Creonte, interpretato da Francesca Mazza, non è solo l’antagonista, ma il riflesso di Antigone stessa; allo stesso modo, Antigone diventa il riflesso di Creonte. Una scelta che invita il pubblico a interrogarsi sulla responsabilità individuale e collettiva, e sul confine mobile tra obbedienza e disobbedienza. “Le leggi – si legge nelle note di regia – devono regolare il vivere o la vita dovrebbe regolare le leggi che regolano la vita? Uno di fronte all’altro, a farsi carico di una ragione giusta, di una giustizia, o di un’altra giustizia, incontriamo noi di fronte a noi, a scegliere le domande da infilare nelle tasche del tempo, dell’età, della speranza; ad aspettare le risposte che il tempo, guardandoci, sceglierà di farci dire. Penso a questo testo come a un soliloquio a più voci. Una confessione intima e segreta, nella verità vera, scomoda, incapace, parziale, che ci dice che la nostalgia del vivere è precedente a tutti noi, perché sappiamo da sempre che quel corpo insepolto siamo noi mentre siamo ancora vivi. Anche per questo, ho distribuito i ruoli in due modalità diverse e complementari. Alcuni personaggi corrispondono a sé stessi, altri al proprio riflesso. Antigone e Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone è il riflesso di Creonte e chi è Creonte è il riflesso di Antigone. A Teatro parliamo sempre di questo: Essere uomini o essere umani”.
Il lavoro scenico si sviluppa come un soliloquio corale, in cui i personaggi oscillano tra identità e funzione simbolica. Manuela Kustermann dà voce alla nutrice e al coro, Silvia Battaglio interpreta Ismene e il messaggero, Ilaria Drago è Emone e le guardie, mentre Francesca Mazza incarna appunto Creonte. Questa distribuzione dei ruoli, pensata in modalità “diverse e complementari”, rafforza l’idea di un testo che parla tanto di conflitto quanto di riconoscimento, mettendo in scena l’eterna dialettica tra individuo e potere. Le scene di Gregorio Zurla, i costumi di Gianluca Sbicca, la musica e il suono di Gianluca Misiti e le luci di Max Mugnai concorrono a creare uno spazio essenziale e concentrato, in cui la parola resta al centro. Il testo di Anouilh diventa così un luogo di confronto tra etica e politica, tra giustizia e legge, in cui lo spettatore è chiamato a riconoscersi in una frattura che ci riguarda tutti.