Fanny & Alexander e Federica Fracassi tornano a Kristóf con “L’analfabeta”

25 marzo 2026

Non è la prima volta che Fanny & Alexander e Federica Fracassi si confrontano con la scrittura di Ágota Kristóf. Dopo Trilogia della città di K., che ha fatto incetta di riconoscimento agli Ubu 2024, il lavoro della storica compagnia ravennate e della pluripremiata attrice (tra gli altri ha ottenuto il premio Ubu, l’Hystrio, Il Duse e il San Ginesio) torna a incrociare l’opera della scrittrice ungherese, confermando una linea di ricerca che, fin dalle origini, attraversa la pratica scenica di Fanny & Alexander: quella di una relazione profonda con la forma romanzesca, assunta come materiale da attraversare e rifigurare. Da questo percorso nasce L’analfabeta, in scena il 27 e 28 marzo al Teatro Arena del Sole di Bologna.

Il punto di partenza è appunto un testo dell’autrice ungherese, “L’analphabète”, e vede Fracassi in scena nel ruolo della protagonista. L’adattamento e la drammaturgia sono di Chiara Lagani, mentre Luigi Noah De Angelis firma regia, scene e luci. Al centro, la figura stessa di Ágota Kristóf, operaia in una fabbrica di orologi in Svizzera, immersa in un tempo scandito dal ritmo ossessivo delle macchine. In uno spazio minimo, tra un foglio nascosto e una matita, prende forma la scrittura, come espressione di un’urgenza espressiva che nasce dentro una lingua non propria, attraversata come un territorio straniero. Scrivere significa allora inventare maschere, moltiplicare le voci, dare corpo a figure – Lucas, Claus, Sandor, Line – che permettono di raccontare ciò che altrimenti resterebbe indicibile. “L’analfabeta è uno spettacolo sulla memoria…  ̶  spiegano la compagnia e Federica Fracassi  ̶  È una partitura piena di movimento, animata da una polifonia di voci, già pronte per diventare personaggi. I personaggi, le figure che emergono dalla memoria al pari di quelle del presente, sono tanti alter ego che alludono con lo stesso gesto a un solo centro, il punto da cui li guarda Ágota, e cercano di indagare un lato del suo mistero”.

La scena è costruita come dispositivo visivo e percettivo che riflette la stratificazione del racconto. Fracassi incarna Kristóf con precisione quasi mimetica – stessi occhiali, stessi abiti, stessa postura – mentre una microcamera collegata a una lente sul suo occhio amplifica il gesto del lavoro e lo proietta nello spazio. Il pubblico è così immerso in una doppia visione: quella ravvicinata e minuziosa dell’assemblaggio, e quella mentale, in cui ricordi e immagini si sovrappongono. Il suono, curato da Damiano Meacci, lavora sul ritmo ossessivo del ticchettio, espandendo lo spazio tra due rintocchi fino a trasformarlo in materia narrativa. Il tempo meccanico si deforma, si dilata, diventa motore del racconto e soglia attraverso cui affiorano altri luoghi e altre temporalità. Ne emerge un lavoro che attraversa la scrittura di Kristóf come esperienza di dislocazione e resistenza, in cui lingua, memoria e identità si intrecciano in una costruzione scenica che è insieme racconto e dispositivo.