- Data di pubblicazione
- 18/12/2025
- Ultima modifica
- 18/12/2025
La città dei vivi. Il teatro entra nel buio della cronaca
Al centro c’è un delitto che ha segnato l’immaginario collettivo degli ultimi anni. Ma portarlo in scena per la regista e drammaturga Ivonne Capece non significa ricostruirlo, bensì interrogarlo ancora. Il 18 e 19 dicembre all’Arena del Sole di Bologna arriva La città dei vivi, adattamento per il teatro del romanzo omonimo di Nicola Lagioia (Einaudi 2020). Una discesa nell’inferno morale di una società intera.
Il fatto di cronaca nera è realmente accaduto: due giovani insospettabili torturano e uccidono un coetaneo senza un movente apparente. Nel libro, Lagioia costruisce un’inchiesta narrativa che scava nel buio delle coscienze, mettendo in crisi il confine tra colpa e normalità, tra mostruosità e quotidiano. La trasposizione teatrale non si concentra sulla ricostruzione dei fatti, ma sul loro riverbero simbolico. Roma emerge come un personaggio vivo e tentacolare, una città che “attira e inghiotte”, attraversata da desideri, illusioni e fallimenti, e che diventa metafora di un sistema umano più ampio.
In scena, Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi e Cristian Zandonella agiscono in una dimensione sospesa tra presenza e assenza, confrontandosi con un universo multimediale fatto di proiezioni, presenze virtuali e figure semi-olografiche. I video, firmati dalla stessa regista, ampliano lo spazio scenico in una zona di confine tra teatro e videoarte, mentre le voci e i volti degli interpreti in video – tra cui Tindaro Granata, Arianna Scommegna e Pasquale Montemurro – restituiscono l’eco collettiva di una violenza che non resta confinata al privato. Scene di Rosita Vallefuoco, costumi e concept visivo di Micol Vighi, sound design di Simone Arganini e luci di Luigi Biondi contribuiscono a costruire un’atmosfera claustrofobica, in cui lo spazio fisico lascia progressivamente il posto a uno spazio mentale e onirico.
Nelle note di regia, Ivonne Capece dice che “lo spettacolo non è un true crime, ma, al contrario, ne rappresenta l’antitesi”. La scelta è quindi quella di allontanarsi dai dettagli del caso per indagare ciò che la vicenda mette in gioco sul piano universale. In scena, infatti, non vengono mai pronunciati nomi propri: i personaggi assumono un valore archetipico, diventando figure che incarnano diverse sfumature della condizione umana. Al centro emerge il mistero della violenza, definita come “quel paradosso intrinseco all’essere umano, capace di scolpire il Mosè di Michelangelo ma anche di distruggerlo a martellate”.
Figura simbolica dello spettacolo è lo scrittore-artista, alter ego di Lagioia, interpretato da Sergio Leone: un personaggio attraversato dalla tensione tra il bisogno di indagare il male e la crisi morale di chi tenta di rappresentarlo. Qui si innesta uno dei nodi centrali del lavoro, esplicitato dalla regista: “Si apre il tema della responsabilità dell’arte e dell’artista di fronte al male”. L’universo multimediale diventa allora la materializzazione del mondo esterno – social, giornali, conoscenti – che irrompe nel privato doloroso dei protagonisti, trasformandolo in spazio pubblico.
Un altro elemento chiave è l’assenza del femminile, già presente nel romanzo e ulteriormente amplificata dalla messinscena. Un’assenza che diventa ferita e mancanza in un mondo dominato dalla voce maschile del potere e della violenza. Anche l’incipit assume una forte valenza simbolica: la celebre citazione attribuita ad Andreotti viene tradotta visivamente nell’immagine dell’allattamento di Romolo e Remo, ma con una lupa maschio, a evocare “il ciclo della violenza che genera violenza, il sistema patriarcale in cui la brutalità si tramanda di padre in figlio”.
Lo spettacolo si presenta esplicitamente come opera di finzione. Come sottolinea l’avvertenza che accompagna il lavoro, La città dei vivi “non ha finalità informative, documentaristiche o giornalistiche”, né intende rappresentare fedelmente fatti o responsabilità reali. È un’operazione artistica che utilizza metafora, trasfigurazione e immaginario per stimolare una riflessione umana e collettiva, chiedendo al pubblico di guardare là dove solitamente si distoglie lo sguardo.