Un teatro che chiede la vita. Licia Lanera torna a Bologna con James

16 aprile 2026

Dopo Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, premiato agli Ubu 2025 come miglior testo non originale, Licia Lanera torna a Bologna con un nuovo lavoro corale, James, in scena all’Arena del Sole il 17 e 18 aprile. Un passaggio ulteriore dentro una riflessione che attraversa da anni il lavoro della regista e che riguarda il rapporto tra teatro e vita, tra pratica artistica e costruzione di sé. Al centro dello spettacolo ci sono quattro attrici di generazioni diverse e un attore, alle prese con “il loro tentativo disperato di raggiungere l’immortalità attraverso l’unica cosa che sanno fare: il teatro”. Una comunità scenica attraversata da una tensione comune, che si muove tra prove, discussioni e derive, dentro un dispositivo che confonde deliberatamente il piano della rappresentazione e quello dell’esistenza.

Lanera stessa definisce James “una storia di scarpe strette e di uomini che scappano”. In scena, accanto agli interpreti, compare un “Dio del teatro”, accompagnato da due figure ibride – una capra e un bue – che richiamano la dimensione rituale e arcaica del teatro, evocando la tragedia greca ma anche una forma di commento continuo, a metà tra spiriti guida e presenze ironiche. Sono figure che osservano, intervengono, riportano all’ordine, mentre gli attori restano intrappolati in un loop di prove e riflessioni, in una “commedia che parla di immortalità” e che continuamente ritorna sulle stesse domande.

I personaggi si confrontano “sulla paura, sull’arte, sull’amore, sulla maternità, sull’eredità, sui geni”, dando forma a un discorso che attraversa il teatro ma lo eccede, interrogando il senso stesso di una vita dedicata alla scena. Il teatro appare così come un luogo totalizzante, che “dà tutto, ma chiede in cambio la vita”. La genesi dello spettacolo è legata a un momento preciso. James nasce infatti durante la sospensione imposta dalla pandemia del 2020, quando la pratica teatrale si interrompe e costringe chi la vive a ridefinirsi. Lanera racconta quel periodo come uno spazio di crisi radicale: “chi sono io senza il teatro? Che cosa ho fatto fino a ora? A che punto è il processo di costruzione della mia immortalità? Come si diventa immortali? Cos’è il palcoscenico, se non un luogo in cui ‘si gioca a far sul serio’ per raggiungere la verità?”.

Domande che non restano astratte, ma si traducono in una riflessione personale molto concreta. “Il mondo del teatro è diventato per due anni il mondo dei casalinghi”, scrive la regista. “Per me fu un periodo atroce, in cui mi sono fermata a guardare la mia vita senza il teatro. E non ci ho trovato nulla”. Da qui nasce un interrogarsi sull’eredità e sulla memoria, su ciò che resta quando la scena si ferma: “Chi prenderà i miei libri e le mie fossette che mi vengono quando rido? […] Sarò abbastanza brava a teatro da farmi ricordare?”.

Il titolo stesso dello spettacolo rimanda a questa tensione. James è il nome di un bambino ugandese adottato a distanza dalla regista durante quel periodo, un riferimento che introduce nel lavoro una dimensione ulteriore, legata alla possibilità – o all’impossibilità – di trasmettere qualcosa di sé al di fuori del teatro. In scena, questa riflessione prende forma attraverso una struttura che mescola registri e livelli. Gli attori, vestiti di nero, provano uno spettacolo mentre sono continuamente osservati e guidati dal “Dio del teatro”, figura rovesciata (vestita di bianco) che incarna insieme autorità e ironia. Il risultato è un lavoro che tiene insieme riflessione teorica e quotidianità, passando “dalle riflessioni del regista polacco Tadeusz Kantor” fino “alle banali chiacchiere sulla quotidianità”.

Il 17 aprile, dopo la replica, è previsto un incontro per i vent’anni della compagnia con Licia Lanera, l’attore Danilo Giuva, la direttrice artistica di ERT Elena Di Gioia, il critico Lorenzo Donati e il giornalista Graziano Graziani.